MADRE, un’occasione per riflettere sul mestiere di designer in Italia

luglio 10th, 2013 § 1 comment

Ho partecipato per qualche giorno, come osservatore, a un gruppo su facebook di creativi napoletani (il gruppo è privato), i quali hanno dato vita a un’iniziativa di sensibilizzazione/protesta nei confronti del rebranding del Museo d’Arte contemporanea DonnaREgina (MADRE). 

Questo è il mio post di commiato dal gruppo. 

Cari amici e colleghi partenopei,

con oggi, probabilmente, il gruppo verrà rinominato e molti degli utenti non graditi (quelli superstiti), epurati.

Probabilmente, avendo espresso più volte opinioni critiche sull’iniziativa, e seppur motivandole, sarò uno di questi epurati. Approfitto quindi di quest’ultima finestra di disponibilità per salutare tutti, ringraziare per l’opportunità di confronto, anche quando questo non c’è stato e, anzi, si è ridotto a infantile presa in giro o, peggio, insulto. Tengo a dire che tutto è contenuto, per quanto deteriore e squalificante. Tutto porta informazione e rappresenta una cartina al tornasole dell’interlocutore o degli interlocutori.

 

Grazie a tutti, dicevo, e vi saluto con la riflessione – per quel che vale – su ciò che ho appreso come semplice osservatore di questa vostra iniziativa. Voglio solo premettere che mi sono chiare le vostre numerose precisazioni sul reale significato dell’iniziativa, sulle pretese della stessa, eccetera.

Nondimeno dovete comunque considerare ciò che “arriva” realmente delle vostre azioni a chi vi osserva, al di là del vostro appagamento personale e delle legittime aspettative soddisfatte.

 

Ebbene, ciò che a mio parere è emerso riguarda:

 

1) La professione.

Molto lavoro deve essere fatto ancora, in Italia, per emancipare la figura professionale del designer da quella dell’artista. Il libro di Munari, Artista e Designer, è del 1971 ma sembra che questi 40 anni e oltre siano trascorsi senza dare particolari frutti. Si confonde ancora la creatività con la progettualità, convinti che un prodotto possa essere il frutto di un’intuizione geniale, di un gusto estetico raffinato, di un colpo di pennello magistrale. Un quadro in una galleria d’arte può essere bello o brutto, piacere o non piacere. Un rebranding no. Può essere corretto o sbagliato, di qualità o dozzinale. Se si è una persona di passaggio è accettabile dare giudizi di gusto (“fa schifo!”). Se fai del design il tuo mestiere (o se affermi di farlo), no. Punto.

Questa esperienza ha testimoniato quanto sia ancora diffuso l’approccio “personale” nel dare una valutazione sul lavoro di qualcun altro, cosa che porta inevitabilmente a compromessi o rigidità dovute al fatto che quel qualcun altro è uno sconosciuto (e allora lo si può bastonare e svilire) oppure è un amico (cui tessere sperticate lodi) o, ancora meglio, un influente trendsetter (da imbonire adeguatamente).

Ma tranquilli: non è solo Napoli.

Tutto il mondo è paese, e in questo l’Italia è davvero il bel paese.

 

2) Il rispetto.

Molto lavoro deve essere ancora fatto anche per dare una giusta dimensione al lavoro del designer, che non è solo un lavoro di produzione, ma anzi è soprattutto fatto di raccolta di dati, di analisi ed elaborazione, e solo alla fine di produzione. Che poi non è nemmeno giusto dire “alla fine”, ma devo semplificare.

 

“Questa cosa può farla pure mio figlio di 5 anni” … è una frase odiosa.

Significa che non si è capito granché del proprio lavoro e che si sta insultando il lavoro di qualcun altro.

L’improvvisazione (ancora!) al potere.

Generazione Masterchef.

“Hey, pur’io ho una padella e un minipimer! Posso fare anche io alta cucina!”

Eh, sì… perdonate il francese: sto cazzo.

 

Anche questa follia è estremamente diffusa (perfino tra gli addetti ai lavori), tanto da portare anche l’UniCom (Unione Nazionale Imprese di Comunicazione) a pubblicare sul suo blog un post ridicolo come questo: http://blog.unicomitalia.org/2013/04/04/il-costo-di-un-logo/

Una delle risposte migliori è stata quella di Davide Casali (la potete leggere qui:https://www.facebook.com/folletto/posts/400480696725413). Cito la sua risposta perché ho letto qualcuno dire che la proposta di @leftloft si limita a usare un po’ di Times New Roman e una lineetta. Riporto solo una frase di Davide:

“La tipografia è design, e un tipo anche particolarmente difficile, con pochi maestri e sottovalutato.”

La tipografia È design.

(E quello usato non è un Times New Roman!)

 

3) Il metodo. 

Si è fatto un gran parlare del fine (o sarebbe meglio dire dei fini, ché sono mutati nel tempo, sovrapponendosi, sostituendosi, per definizione, ambito, ampiezza) di questa iniziativa che, lo ribadisco, è lodevole in alcuni suoi aspetti, soprattutto quelli prodromici e di socialità collaborativa. Come tutte le iniziative spontanee non è mai facile giungere a un punto di sintesi. Lo sforzo c’è stato, in questo caso: l’esposizione degli elaborati al pubblico e la stampa di un catalogo. Non è poca cosa, soprattutto considerato che ognuno ha i propri impegni, professionali e non.

Chi ha partecipato potrà tornare oggi nella propria casa o ufficio felice, appagato, con un libello in mano.

Bene così.

Ma da domani si riprende il tran tran.

 

Forse il problema è proprio che la testimonianza di questa iniziativa si ferma a questo, ovvero – per dirla con le parole degli organizzatori – a delle “voci visive”, testimonianze di un “esistere sul territorio”.

Va bene.

Ma quello che arriva qui fuori è un grido quasi straziante, che reclama attenzione (“Ehi, ci siamo anche noi! C’è Napoli, oltre a Milano e Londra. Non siamo secondi a nessuno, noi!”) e che, al contempo, rivela tutta la sua inadeguatezza metodologica e di costruzione di un percorso a medio e lungo termine.

Probabilmente è solo un problema organizzativo, comune a quasi tutte le iniziative spontanee.

 

La prossima volta, però,  che succederà se verranno interpellati dei grafici e creativi partenopei?

Verranno prodotte delle “voci visive”?

Saranno in grado, questi professionisti della zona, di elaborare un documento di analisi e una proposta di posizionamento strategico?

Io voglio credere di sì, me lo auguro, ma non è dato sapere, non emerge dall’iniziativa e se fossi uno che di coloro che deve prendere decisioni in merito al conferimento di un incarico, dopo questa esperienza, avrei molti dubbi.

 

4) L’ombelico. 

“È un museo di Napoli ma viene dato in appalto a un’agenzia di Milano”. Questa cosa porta con sé davvero una quantità di argomentazioni, che in parte riportano ai due punti precedenti. Non entro nel merito sull’opportunità dell’affidamento diretto, perché da quel che ho capito rientrava pienamente nelle opzioni della dirigenza del museo.

Ecco che allora ci si affretta tutti a smentire, che non è questione di campanilismo o di complesso d’inferiorità rispetto ai cugini ambrosiani. Resta però aperta la questione, in background, sul fatto che ci si dichiari esplicitamente offesi per essere stati ignorati.

Ci si dimentica che il chilometro zero è un pregio per l’ortofrutta e poco altro.

Nell’ambito progettuale ci si confronta non con la sora pina della bottega a fianco, ma con chi esercita lo stesso mestiere, competentemente, nel resto del globo. Non esiste una corsia preferenziale per chi lavora nel raggio di 40 chilometri. Non a questi livelli.

E se bisogna ridefinire l’immagine di un’istituzione che si (ri)presenta non (solo) alla città ma a tutto il mondo, il linguaggio (anche quello visuale) da utilizzare deve essere universale e non un dialetto.

 

5) Il rispetto. Di nuovo.

Gli episodi avvilenti riguardanti insulti personali, sfottò, rielaborazioni di foto personali, allusioni e storpiature di cognomi di chi provava ad argomentare qualche critica (il professor Recchia deriso, chiamato Ricchietella da un arguto partecipante, per dirne una).

Anche ammesso che si tratti solo di manifestazioni a titolo personale e che, voglio credere, non rispecchiano il pensiero del gruppo, sono lo specchio di una forma mentale che sta distruggendo da tempo il nostro paese.

È l’incapacità di saper accettare il confronto critico, di considerarlo non come un’opportunità di crescita ma come un’aggressione personale, e di controbattere di conseguenza, chiudendosi a riccio.

La “peer review” e il “mentoring” sono elementi ormai indispensabili e ovvi per qualsiasi iniziativa. All’estero.

In Italia invece chi si permette di sollevare un dito è un invidioso, arrogante, disturbatore e deve essere allontanato.

 

Io non credo nel Karma, nondimeno questo modo di fare e di essere a poco a poco ci trasformerà tutti in sassi.

Splendidi, levigati, colorati, luccicanti ma pur sempre sassi.

 

Un sincero saluto a tutti voi,

Matteo Balocco

§ One Response to MADRE, un’occasione per riflettere sul mestiere di designer in Italia

  • Caro Matteo, purtroppo le persone che hanno fatto il gruppo sono quasi tutti completamente estranei al mondo del design, e questo è il problema di architetti, artisti ecc che si credono Designer, fanno grafica, dipingono quadri, disegnano appartamenti, ma in realtà hanno cv che fa ridere, persone che non sanno niente del mestiere che pensano di fare, ma soprattutto che non hanno la passione e l’impegno per mantenersi aggiornati, per studiare e per osservare il mondo del design, che va avanti.

    Io ,anche avendo criticato l’iniziativa, sono ancora nel gruppo (sono stato invitato da una mia ex compagna di scuola) ma credo che l’abbandonerò, soprattutto perché è un offesa a chi fa questo mestiere non solo con passione, ma anche con impegno e sacrificio, soprattuto se, come nel mio caso, è partenopeo.

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  • Ciao!

    Mi chiamo Matteo Balocco e cerco di fare al meglio lo User Experience designer.

    Progetto servizi e prodotti in modo che siano facili da usare, ma soprattutto efficaci.

    Vivo a Vercelli, insieme a mia moglie Carolina, ai miei due uragani Giosué e Gemma e ospito in casa, di tanto in tanto, la gatta Maui, mezza vagabonda e mezza stanziale.